venerdì 5 giugno 2020

I piccoli paesi

Ciò che la narrazione contemporanea ha distrutto non è il piccolo paese ma la vicinanza tra le persone.

I piccoli paesi

Tanto tanto tempo fa, esistevano i piccoli paesi. Non erano tanto le dimensioni del centro abitato a farli piccoli, quanto il fatto che le persone si sentissero vicine le une alle altre.

Anche le città erano piccoli paesi, nei quali, seppur su scala maggiorata rispetto ai borghi di campagna, esistevano le stesse dinamiche nei rapporti interpersonali.

I piccoli paesi, che quindi erano una dimensione dell’anima e non una estensione geografica, erano in grado di produrre quel che oggi, pomposamente, viene chiamato Welfare, ovvero una sorta di garanzia di sopravvivenza per tutti, erano posti nei quali lo scemo del villaggio veniva sfamato ed aiutato da tutti, nei quali il prete, in modo sempre molto discreto, metteva le mani al portafoglio per le emergenze, magari privandosi del dentista.

Poi, progressivamente, ma nemmeno troppo, le persone si sono reciprocamente allontanate.

Il processo è avvenuto in modo lento, quasi a voler attuare quella che in fisica si chiama, fenomenologia quasi statica, con la quale il veleno veniva inoculato poco a poco, immunizzandoci come novelli Mitridate Re del Ponto.

Quel veleno per il quale era necessaria una mitridatizzazione della gente, era l’egoismo.

Poco per volta ci sono state inoculate dosi di egoismo sempre più grandi, fino a portarci a pensare che la nostra felicità sia il fine della nostra esistenza.

Fin qui non ci sarebbe niente di male, il problema è che la nostra felicità si realizza a scapito di quella degli altri, in una sorta di lotta per la felicità che rassomiglia a quella che Darwin teorizza per l’evoluzione delle specie, nella quale sopravvive il più adatto.

Certo, vivere circondati da gente impicciona, che si fa gli affari tuoi, che spettegola su di te, è l’altra faccia del vivere in un Piccolo paese, ed ancor più il dover sottostare a delle gerarchie famigliari, che spesso erano patriarcali, con rapporti difficili tra fratelli, tra padre e figli, tra suocera e nuora, erano elementi su cui facilmente si poteva far leva per minare la società nelle sue fondamenta.

E così, poco per volta si è iniziato a raccontare di un uomo che non ha bisogno degli altri, che non ha bisogno della famiglia, che può vivere senza affetti. E’ stata utilizzata la pubblicità, il marketing, la fiction televisiva, e con un bombardamento costante e continuo, come quello di una goccia d’acqua che cade su una lapide, la roccia si è bucata, finendo, alla fine, per rompersi.

E poi, nella narrazione che da decenni viene fatta, vi è equivalenza tra denaro e felicità, il che cambia il ruolo del denaro nella nostra vita: non più mezzo ma fine.

In somma, siamo diventati, dopo decenni di martellamento dottrinale, estremamente egoisti, incredibilmente competitivi ed orrendamente soli.

Quei piccoli paesi, nei quali la gente viveva vicina, ora sono coacervi di uomini soli, che non si voltano quando passiamo, che non ci riconoscono.

Ora rimangono solo le rovine abbandonate dei borghi che erano la nostra vita e nei quali, nel bene e nel male, vivevamo assieme.

Mi viene da pensare al Vajont ed a Longarone, quando il monte Toc franò nell’invaso e milioni di litri d’acqua dell’onda di riflusso spazzarono via la gente e le case.

Si sapeva che sarebbe successo, si capiva che la montagna cedeva, ma nessuno fece qualcosa per impedire il disastro.

Ti guardi indietro e vedi, su uno schermo fatuo, accamparsi di gitto i tuoi ricordi non veri, e sono amori per finta e menzogne.

Guardare indietro e trovare il nulla nel forse andando di un mattino è agghiacciante. Non c'è altro che una rappresentazione tra il grottesco ed il tragico, uno schermo sul quale danzano i simulacri di sentimenti che non sono mai esistiti, di bugie che ci hanno raccontate e che ci siamo impegnati a credere anche quando la mendacità era evidente.

Ma alla fine si è soli, si nasce, si vive e si muore soli.


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