domenica 29 novembre 2020

Via del Campo

Camminare per i vicoli di Genova e provare a mettere il piede dove lo ha messo Faber

Via del Campo

Sono stato a visitare Via del Campo, e lo ho fatto soprattutto per farmi un selfie davanti alla targa che ricorda Faber: Fabrizio de Andrè.

Del resto non posso capitare a Genova ed esimermi dal farlo, come se fosse un pellegrinaggio ai quei luoghi che più di tutti hanno, nella loro memoria, i passi ed i pensieri di quel genio senza fine che è stato De Andrè.

E’ come entrare in una cattedrale e porsi il problema di chi, prima di noi, ne abbia calcato il pavimento. C’è di mezzo un sentirsi parte della stessa cosa, un condividerne la sorte, un perpetuarne l’esistenza.

Ed è proprio per questo che ho voluto andarci, e documentare con un selfie il mio rendere omaggio, come se fosse una visita alla sua tomba, ovvero come se fosse un mettermi nella sua scia per farmi trascinare.

E mi sono posto il problema di come quel mondo di esclusi, derelitti, reietti, che erano il principale riferimento poetico di De Andrè, sia di molto cambiato dal giorno della sua morte ad oggi, e di come questa catastrofe della pandemia mondializzata lo abbia incredibilmente ampliato in volume.

Ma come Fabrizio De Andrè avrebbe potuto reagire al cambiamento antropologico che stiamo vivendo resterà un problema irrisolto.

Così come resta un problema coniugare il senso di responsabilità che siamo chiamati ad usare con la paura di ritrovarci contagiati, ed il senso di oppressione che ci dà il dover rinunciare a liberà scontate ed a gesti estinti come gli abbracci.

E così oggi ci muoviamo tra le zone colorate di rosso e di semirosso, senza sapere cosa realmente sta succedendo e cosa succederà.

L’evidenza del fatto che il virus uccida è innegabile, tanto per tacitare chi mi spara addosso accuse di negazionismo, ma è altrettanto innegabile che qualcuno sta fregandosi le mani nel vedere il mondo intero che cade in disgrazia.

Le libertà personali vanno a farsi benedire, libertà di movimento, libertà di riunirsi, libertà di culto, e persino libertà di parola e di pensiero. Un po’ per volta stiamo scivolando dentro ad una non democrazia, nella quale sono dei non politici a decidere le nostre sorti, sotto il dominio della paura che va amplificandosi a dismisura.

Così le città sembrano vuote, i negozi, i bar, i ristoranti, per non dire di altre attività, fanno incassi quotidiani miseri ed insufficienti persino a pagare le spese.

Si sta determinando una spaccatura senza precedenti tra persone: da un lato chi ha uno stipendio garantito e che a fine mese si ritrova un bonifico sul conto, dall’altro chi non ha più clienti, perché l’economia è ferma, perché sono finiti i soldi nelle tasche della gente.

Una spaccatura che inverte il senso dell’idea di economia che ha formato la nostra società, perché mette gli imprenditori dalla parte sbagliata, facendone i poveri, ed innescando conseguenze inevitabilmente gravi, la cui entità dirompente ci sarà chiara solo alla fine di questo straordinario regime della paura.

Sempre che alla fine ci si arrivi, e non venga sostituita la paura del virus con la paura di qualcosa d’altro, come il terrorismo, o il disordine sociale innescato dall’aver creato moltitudini di poveri.

Chi si intende di psicologia delle masse, sa bene quali effetti dirompenti ha sulla psiche degli individui una simile situazione, e gioca ad amplificarne la gravità.

Diversamente avremmo assistito a sei mesi di alacre lavoro per preparare la difesa contro la preannunciata “seconda ondata”. Avremmo visto uno sforzo per migliorare la capacità del sistema sanitario di far fronte alla preannunciata moltitudine di persone bisognose di cure, di terapie intensive e di assistenza domestica.

Ma chi aveva la responsabilità di difenderci non ha fatto nulla, baloccandosi in cretinate paradossali come le rotelle ai banchi di scuola o l’incentivo economico per acquistare monopattini elettrici.

Quindi è giuso vivere responsabilmente questi momenti, è giusto starsene in casa, evitare gli assembramenti e gli abbracci, ma è altrettanto giusto vivere responsabilmente la perdita di libertà, ovvero capire che oggi comanda la paura, e che non possiamo farci governare da quella.

E bon!


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