giovedì 22 agosto 2019

Orfano del pallone

La cultura del pallone rivive grazie al subbuteo come un tempo.

Orfano del pallone

Talvolta mi sento proprio orfano di qualcosa che c’era, mi accompagnava senza troppo clamore, e che non c’è più.

Il caso del campionato di calcio è eclatante: oggi non è più possibile seguirlo senza dedicare ad esso la propria vita, senza informarsi preventivamente su anticipi e posticipi, senza essere abbonati a sky (cosa che io non sarò mai), senza perdere ore ed ore ad ascoltare interviste insulse, con domande di una banalità sconcertante e risposte talmente scontate che chiunque potrebbe anticiparle.

Ed allora ecco trovato un buon succedaneo, un campionato alternativo con le stesse terminologie, la stessa nomenclatura e la stessa toponomastica di quando ero ragazzo e pensavo, come tutti, che la situazione dovesse durare per sempre.


Il Subbuteo di Casa Torre comprende i campionati di serie A, serie B, serie C1 e serie C2. In tutto coinvolge 66 squadre. Si gioca con Nipoti, Figli ed Amici, senza che l’agonismo prevalga mai sul desiderio di vedere come la partita va ha finire.

Campione d’Italia in carica è il Foggia, attualmente in testa al campionato c’è il Palermo. L’ultima coppa Italia è stata vinta dal Lane Rossi Vicenza, mentre per coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe ci stiamo attrezzando.

Unica Concessione al Fantastico ed al politicamente scorretto è il fatto che il Bettola sia in serie C1 e che quest’anno abbia sfiorato la promozione in serie B.

Tolto questo, ho un campionato alternativo, molto più simile a qual che fu il campionato di calcio negli anni ’70 ed ’80, molto più coinvolgente di quello reale, e molto più emozionante.


Un tempo la domenica si consumava una specie di rito con tutte le partite, dalla serie A alla serie D ed oltre, che venivano giocate contemporaneamente.

La domenica pomeriggio, in questa stagione verso le due e mezza, si accendeva la radiolina per collegarsi a tutto il calcio minuto per minuto, con Ameri e Ciotti che si passavano la linea, con i boati del pubblico ad ogni rete, con le partite di cartello che si prendevano soltanto qualche minuto in più delle altre.

E così alle sei e venti si poteva avere un riepilogo completo dei risultati, con le classifiche aggiornate a Novantesimo Minuto, trasmissione che in venti minuti, massimo mezz’ora, ti faceva vedere un riepilogo completo di quel che era successo, senza interviste a giocatori analfabeti o ad allenatori che non impareranno mai l’italiano e che tanto, per dir le castronerie che dicono, non ne hanno bisogno.

Mi chiedo se sia solo una questione di nostalgia, un voler rimanere aggrappato ai ricordi, o se sotto sotto ci sia di più.

So già che mi direte che sono un dietrologo, un complottista, un anarcoide anacronista e fuori tempo, ma il vedere come i padroni del calcio siano riusciti a distruggerne la popolarità, ed il constatare come, nonostante l’evidenza dei fatti, continuino pervicacemente a percorrere la stessa strada, qualche dubbio me lo fa sorgere.

Il fatto è che il calcio, prima ancora che uno sport, era un fatto culturale: accendere la radiolina la domenica per ascoltare le partite era un patrimonio collettivo che accomunava ogni italiano, qualunque fosse il suo censo, qualunque fosse la sua geo localizzazione, qualunque fosse il suo livello di istruzione.

Aver cancellato la ritualità del calcio, aver sottratto alla gente la possibilità di celebrare un rito collettivo, ha minato seriamente la nostra identità di popolo, e lo ha fatto molto di più di quanto altri fenomeni lo stiano determinando. Parlo di cose come lo sposarsi rispettando certi canoni, il frequentare le scuole con il ruolo del soggetto debole rispetto agli insegnanti, ed altre amenità che erano una costante, un indiscutibile parte della nostra esistenza e che sono niente, in capacità distruttiva, rispetto all’aver annientato il calcio.

Gli stadi erano pieni di gente appassionata, mentre oggi sono semi vuoti, il pubblico televisivo era del 70% maggiore di quello di oggi, ed il tutto aveva una dimensione discutibilmente umana, fatta di piccole miserie e di grani magnanimità, fatta di commentatori squallidamente ignoranti come Biscardi e di telecronache forbite con la voce di gente come Pizzul o Martellini.

Non so se lo abbiano fatto apposta o se la devastata desolazione dell’oggi sia il frutto di una serie di errori madornali in buona fede, fatto sta’ che, se di sommatoria di errori si è trattato, evidentemente chi li ha fatti non è in grado di riconoscerli e continua nella sua opera di distruzione.

Siccome i grandi manager del pallone sono più o meno quelli che controllano il vapore dell’economia, dell’industria, della mafia, della finanza e della Politica, mi è difficile pensare che non sappiano quello che fanno, mi è impossibile pensare che stiano navigando a vista, senza una mappa, senza una meta.


Subbuteo o non Subbuteo, quando sarò sindaco di Bettola, restituirò il piacere del calcio alla domenica a tutti i bettolesi, anche a quelli emigrati in Francia, in America ed in Argentina.

Restituirò a me stesso la dignità di tifoso che al lunedì sintonizza la propria mente su qualcosa d’altro, ma che dal pallone si sente gratificato la domenica, nel bene e nel male, nelle grandi delusioni e nelle soddisfazioni estreme. Restituirò a me stesso la dignità di uomo!


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Stefano Torre

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