domenica 29 novembre 2020
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In memoria di Michele Ubaldi

Il clochard morto a Melegnano nel maggio del 2019

In memoria di Michele Ubaldi

Michele Ubaldi muore nel sottopassaggio della stazione di Melegnano il 30 maggio 2019, aveva 29 anni. La storia è stata derubricata come morte naturale, per polmonite, come un barbone qualunque, debilitato da una vita al limite, morto di stenti.

In realtà è stato selvaggiamente picchiato ed abbandonato lì, sottoterra, dove aveva allestito il suo bivacco come fosse la sua stanza.

La storia non interessava il main stream, l’Ubaldi era un italiano finito male, non rientrava nella narrazione della realtà che i grandi media ritengono giusto proporre.

Perché parlare agli italiani di altri italiani che vivono al limite, reietti, abbandonati, soli, si toccano corde che è meglio lasciare ferme, sennò può cambiare la musica.

Io però non voglio far polemica, ho scritto questa poesia in sua memoria perché me lo ha chiesto Guido Oldani, che di lui era amico, e che ha il rimorso di non avergli offerto il suo divano per dormire quella notte.

Mi pongo però un problema bello grande, molto più grande di Michele, molto più grande di Guido Oldani stesso, ed è la questione della violenza che ti arriva addosso senza preavviso e senza averla meritata, sempre che si possa meritare una cosa come la violenza.

In un mondo nel quale le ansie poco per volta diventano paure e le paure fatti, come in un calderone senza sfogo si accumula il vapore, e con esso la pressione, fino a far esplodere tutto.

Così il tuo vicino di casa ti odia perché fai la spesa troppo spesso e porti a casa delle borse gonfie di derrate alimentari, o perché sorridi troppo spesso e lui non sopporta la gente felice.

Così, quando il suo odio gli ha riempito la scatola cranica, ti aspetta col badile, o la pistola, e ti uccide, senza altro movente che far uscire il gas dal suo cervello.

E così la nostra libertà si evolve e diventa libertà di decidere chi può vivere e chi può morire, senza la follia a farci da attenuante, per lucida elaborazione di cervelli che pensano a se stessi come a dei.

In fondo il nostro male è proprio questo: non siamo capaci di distinguere le nostre mani da quelle di Dio. 

Vivere diverso
In memoria di Michele Ubaldi

Il tuo inquieto vivere maldestro
Nel sottopasso della ferrovia
La stanza dove stavi da bambino
Non la si chiude con la serratura

La pace qui sotto è ascoltare
La carica della cavalleria
Ruote sul loro sentiero di ferro
Che scappano lontano da Milano

E poi Dumbo il cagnone annusa i passi
Di gente che è scesa sotto terra
Come fosse varcare l’inferno
A prendere un bambino a calci in testa

Che non ha senso vivere diverso
A tingere di rosso il pavimento
Un cadavere di pezza ormai buono
Solo per il patologo forense

(st, 9.10.2020)


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