mercoledì 3 marzo 2021
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Sarpedonte: Il semidio che parla ai troiani del coraggio e della morte

Ragazzi, oggi ho voglia di parlare del fratellastro di Elena, colei che scatenò la guerra di Troia.

Sarpedonte: Il semidio che parla ai troiani del coraggio e della morte

Mi interessa mettere a fuoco il legame tra coraggio ed immortalità, che anche se non sembra a prima vista, è uno dei temi del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.

Prendo sunto da un saggio di Olivier Rey intitolato l’idolatria della vita per cercare di mettere a fuoco quello che sta succedendo, in questo tempo di pandemia che corrisponde ad un cambio di epoca.

Si va verso un mondo senza eroi, senza più nessuno che abbia il coraggio di dare la propria vita per gli altri e senza più la capacità di concepire la propria morte.

Omero mette in bocca a Sarpedonte, semidio figlio di Zeus ed alleato di Troia, queste parole nel dialogo con Glauco:

“Mio caro, se noi due, fuggendo da questa guerra,
potessimo vivere per sempre, senza vecchiaia e senza morte,
io non combatterei in prima fila,
né ti spingerei alla battaglia dispensatrice di gloria.
Ma poiché ci circondano innumerevoli occasioni di morte
che un uomo non può sfuggire né evitare,
andiamo avanti: o daremo gloria a qualcuno, o qualcuno darà gloria a noi”.

(Iliade XII, 322-328)

Che nella traduzione un po’ arcaica di Vincenzo monti ritrovate tra i versi 398 e 405

 “Se il fuggir dal conflitto, o caro amico,
Ne partorisse eterna giovinezza,
Non io certo vorrei primo di Marte
I perigli affrontar, ned invitarti
A cercar gloria ne’ guerrieri affanni.
Ma mille essendo del morir le vie,
Nè scansar nullo le potendo, andiamo:
Noi darem gloria ad altri, od altri a noi.”

Nell’oggi veniamo abbagliati dall’idea che la nostra vita sia molto lunga, talmente lunga da non riuscire nemmeno ad intuire o immaginare la sua fine.

Per questo siamo diventati codardi, ed abbiamo eletto Medici ed Infermieri al rango di sacerdoti o monaci di un nuovo culto che è quello per la vita.

Del resto la vita è così bella da farcela sembrare capace di poter bastare a dare senso a se stessa.

A parer mio, però, questa è una illusione fatale, probabilmente figlia del relativismo imperante, e figlia del non saper più leggere il mondo se non con i dogmi del politicamente corretto.

Che fine fa, infatti, il desiderio d’infinito e d’eterno che prima o poi ogni uomo sente? Che fine fa l’anelito di trascendenza di cui è naturalmente capace l’essere umano?

La realtà è che ci troviamo in una situazione paradossale, nella quale la nostra vita è ben lungi dall’essere eterna, ma ci appare come tale, a tal punto da definire giovane uno come me che sta per scavallare il dosso delle 56 primavere.

Non simo più capaci di gesta eroiche, perché la nostra vita basta a se stessa, rendendo inconcepibile il perderla.

Non c’è più nulla che valga il prezzo del dare la vita, e non perché tutto abbia perso valore, ma perché ad aumentare a dismisura è stato il valore che percepiamo della vita.

E già, perché per avere il coraggio di donare la propria vita, occorre la prospettiva della Morte, il che toglie valore alla vita.

E Bon!


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