martedì 14 luglio 2020

La Distanza dalle Stelle

ovvero il mio approdo al Realismo Terminale

La Distanza dalle Stelle

Una dopo l’altra, intanto che avanzano i giorni di questa folle quarantena vissuta in solitudine e senza una fine delineata all’orizzonte, scrivo le poesie della raccolta chiamata LA DISTANZA DALLE STELLE.

Le pubblico quasi in diretta su FACEBOOK, dando loro una vita artificiale che le rende assai contemporanee.

Poco per volta sto entrando nel REALISMO TERMINALE, ovvero quella corrente letteraria ed artistica, che vede Guido Oldani mossiere e protagonista, e che assegna agli oggetti il primato sulla cose naturali.

Constatato che viviamo in un mondo prevalentemente artificiale, tanto vale cambiare il soggetto della narrazione.

Ed io, che quando dico io, spesso mi trovo a pensare quanto di artificiale ci sia in me, probabilmente sono una specie di emblema vivente del Realismo Terminale.

Ma vedere non significa accettare. L’uomo ha perduto i bei valori di una volta dopo l’abdicazione alla Tecnica, che è un mostro spaventoso ed agghiacciante.

Per la Tecnica valgono solo efficienza e produttività, i suoi valori sono quelli, se sei inadeguato ti espelle dal sistema, ti mette ai margini a vivere come un reietto.

L’artificialità contemporanea è generata soprattutto dal passaggio del testimone alla tecnica, tutto ciò che c’era prima sta velocemente evaporando, e questa epidemia di corona virus non fa che accelerare il processo.

Se proviamo a guardarci dall’esterno ci scopriamo totalmente immersi nell’artificialità, persino nei rapporti umani e nei sentimenti, non riusciamo ad esistere senza un mezzo elettronico che faccia da mediatore alla nostra vita.

Siamo schiavi della tecnologia, che lo sterco della tecnica, così come il denaro è lo sterco del demonio, perché di demone si tratta.

L’uomo vale solamente nell’essere il funzionario di un apparato tecnico, il che significa l’aver perso il legame con la propria natura.

A tutto ciò deve essere possibile opporsi, deve esser possibile resistere come in una guerra partigiana. Ed anzi, questa guerra è in atto da anni, e chi sta dalla parte mia è in evidente sofferenza, per non dir peggio.

Questo è il motivo per il quale io mi sento un poeta di guerra, esattamente come Ungaretti, la differenza tra me e lui è la mia consapevolezza che la poesia sia un’arma.

I miei proiettili sono le parole, ed è così perché la parola poetica arriva dritto al cuore, riuscendo a penetrare tutte le difese consce ed inconsce, come un proiettile di uranio impoverito entra dentro un carro armato.

Non è possibile nessun altro tipo di linguaggio, solo la poesia può accendere una luce in questo buio pesto e restituire un senso alla esistenza.

Le altre narrazioni sono dominate da un unico pensiero, il politicamente corretto che imperversa ovunque ed, un po’ per volta, si arricchisce di neologismi assurdi, nel mentre che cancella le parole dal vocabolario.

Stiamo inaridendo il nostro parlare, rendendo vieppiù difficile esprimere, capire e persino formulare pensieri complessi.

Ci stanno massacrando senza produrre cadaveri per strada, ma semplicemente riducendo i nostri orizzonti.

Vengono introdotti elementi sempre più forti di Bi Pensiero, secondo i quali è possibile amare la vita e contemporaneamente praticare aborti, fare guerre preventive in nome della pace, sancire i diritti umani e contemporaneamente  accettare la schiavitù anche alle nostre latitudini, anche a Castel San Giovanni.

Non ci accorgiamo di quel che avviene perché siamo dentro un processo di mitridatizzazione nel quale il veleno ci viene inoculato poco per volta, trasformandoci in uomini gretti e soli, senza rispetto per la natura umana, con l’illusione di poter essere il Dio di noi stessi.

Il risveglio da questo sonno potrebbe essere molto traumatico e, quando avverrà, sarà foriero di nuovi orizzonti.

Si tratta solo di cercarlo, senza stancarsi mai.


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