lunedì 28 settembre 2020

IL MILLENIUM BUG

tra nichilismo e realismo terminale profetizzare l’uomo che verrà

IL MILLENIUM BUG

Forse qualcuno ricorda i tempi nei quali si è scollinato il millennio.

Si parlava di millenniun bug e ci si aspettava che il crinale del millennio producesse catastrofi nei sistemi elettronici, con ripercussioni su tutti i sistemi che, nella vita di tutti i giorni, utilizzavano l’elettronica per funzionare. Treni, aerei, illuminazione pubblica, sistemi radar per la navigazione, semafori, insomma si diceva che il cambio di millennio sarebbe stato foriero di un disastro inaudito.

Il parallelo con l’anno mille fu inevitabile, e si spesero fiumi di inchiostro per narrare gli eventi di quel lontano cambio di millennio e per paragonarlo con questo.

Non successe nulla di catastrofico.

L’allarme fu lanciato per tempo e la capacità dei sistemi informatici di gestire le date di più millenni venne corretto, senza conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Ma se i sistemi computerizzati, che già avevano invaso tutta la nostra vita, ressero all’urto di quel due che compariva come prima cifra della data, così non fu per la società umana, che cambiò in modo sorprendente e molto velocemente.

Oggi anche i più riottosi ad accettare l’idea di un cambiamento antropologico sostanziale dell’uomo, non possono che constatare che il cambiamento sia avvenuto, sospingendoci oltre l’umanesimo, ed inserendoci in un mondo completamente artificiale.

Un mondo nel quale gli uomini per la grande maggioranza vivono nei grandi centri urbani, accatastati come cianfrusaglie in un banco dei pegni, senza più un vero e diretto contatto con la natura.

L’artificialità va oltre il semplice rapporto con gli oggetti, che sono diventati il metro di paragone per valutare l’uomo, perché abbraccia ambiti del tutto inaspettati, finanche entrando nella sfera del pensiero filosofico e religioso.

Diciamo pure che gli oggetti dominano il mondo, e sono talmente tanto nel nostro quotidiano da aver fatto scomparire, nel nostro pensare, quelle belle metafore che facevano gli occhi chiari come il cielo, la pelle liscia come una pesca, la paura nera come la notte.

Oggi gli occhi sono come una perla, la pelle è liscia come velluto, e la notte non c’è più, illuminata com’è da miriadi di lampioni che ci danno la sensazione che sia sempre giorno.

La metafora invertita del Realismo Terminale non è che la constatazione di questo cambiamento.

Non è più la cosa, l’oggetto, che assomiglia alla natura, ma il contrario. E ciò vale anche per sentimenti e pulsioni, che sempre di più sono pervasi da una artificialità, talvolta stucchevole, che di fatto finisce con lo spossessare l’uomo delle sue emozioni.

Quel che è cambiato è il metro, ovvero ciò con cui viene misurato un uomo ed il suo valore.

Parlare di ricchezza monetaria, come di quella cosa che ha soppiantato i valori tradizionali, è oramai anacronistico, andava bene alla fine del secolo scorso. Oggi con l’avvento dell’idea della tecnica, che di fatto supera la residuale passione umana per il denaro, si è giunti a valutare l’uomo solamente per la sua produttività.

Fin che un uomo rimane efficiente e produttivo, può godere del diritto di cittadinanza all’interno della società umana, con il ruolo di funzionario di un apparato tecnico, diversamente viene espulso.

L’espulsione si concretizza, in estrema ratio, nella pillola per il suicidio, che già alcuni stati hanno iniziato a distribuire gratuitamente agli anziani, indipendentemente dal loro stato di salute, come strumento per eliminarli definitivamente dal sistema.

Del resto un anziano o un invalido, consumano risorse senza produrre nulla, e in un mondo regolato dalla legge della massima produttività con il minimo sforzo, la loro stessa esistenza produce danno.

È una mentalità che ha ancora qualche residuale forma di repulsione, ma che ormai è affermata nel pensiero dominante e che, ammantata di politicamente corretto, viene considerata come l’inevitabile punto di arrivo di un percorso di progresso.

A smorzare il senso di nausea che ci produce ancora l’idea di eliminare i vecchi inadeguati a produrre, si fa strada il Trans Uomo, ovvero quell’essere che, grazie alla scienza, diventa capace di non morire mai.

Da ormai un decennio esistono stampanti in grado di produrre organi umani, biologici al 100% e perfettamente compatibili con il nostro DNA, esistono sistemi in grado di replicare la nostra memoria, e in grado, partendo dalle nostre cellule staminali, di mantenerci giovani per tempi ben più lunghi di quelli naturali.

In somma è all’orizzonte un uomo in grado di farsi beffe della morte.

Quindi ecco confezionata una realtà e la sua illusione compensativa, in grado di farci pensare che, tutto sommato, quel mondo disumano, dominato dalla tecnica, in cui siamo entrati, non sia poi così male.

Ma alla fine l’uomo ha bisogno degli altri, non può vivere in una perenne competizione con i suoi simili, senza perdere il senso del suo esistere, senza perdere l’essenza della sua natura.

Già oggi le depressioni curate in psicologia, sono per lo più cagionate dal senso di inadeguatezza futura, mentre nel secolo scorso erano determinate da sensi di colpa ed ancorate quindi al passato.

Non oso immaginare cosa potrà succedere un mondo che ha come unici parametri di valutazione dell’uomo, la sua efficienza e la produttività, sarebbe un corto circuito di proporzioni immani.

Per ora siamo al prodromo di tutto ciò: la disintegrazione progressiva di quello che fino a pochissimi anni fa è stato capace di fare dell’uomo un essere sociale, ovvero la famiglia, gli affetti, l’amicizia, viene del tutto fatto a pezzi, fino a privarci del nostro naturale genere, maschile o femminile, ed a sancire come un diritto il potersi scegliere se maschio o femmina.

Si sta disfacendo quello che è stato il senso dell’esistere, finendo per ridurre in briciole ogni elucubrazione escatologica e teologica, ma anche etica e morale.

Si nasce uscendo dal nulla, si vive e si muore ritornando nel nulla, e la vita stessa, interstizio tra due vuoti assoluti è nulla.

In somma, il pensiero nichilista ha preso il sopravvento, e ad esso occorre porre un contro altare, capace di fermare una degenerazione che rischia di essere auto distruttiva.

Ma il Nichilismo va compreso, non semplicemente esecrato, occorre che la nuova realtà artificiale nella quale l’uomo è immerso e della quale il nichilismo è figlio, venga metabolizzata per riuscire a trovare in essa la nostra umanità.

Già il ritrovare l’uomo in mezzo a questo caos, significherebbe porre una barriera al il nichilismo.

In questo il realismo terminale può essere uno strumento molto efficace, non per una descrizione dello stato di fatto, che in questo momento sarebbe ormai inutile, ma per capire quello che sta succedendo.

Il senso della Poesia, oggi è proprio questo: Capire e non descrivere, fornire uno scenario profetico, nel quale l’uomo possa ritrovare se stesso pur rimanendo immerso in una artificialità sempre più spinta.

Il baco del millennio ci ha cambiati profondamente, ci ha resi, da funzionari della specie quali eravamo, funzionari di un apparato tecnico, a tendere incapaci di provare empatia, compassione e pietà.

Sic et impliciter, la psicanalisi, che fondava le sue basi nelle pulsioni e negli istinti, è diventata obsoleta.

Prima o poi l’uomo dovrà saltare fuori da questo miasma, la notte dovrà passare, ma non è detto che succeda presto.

Quel che può fare li poeta di guerra dei nostri giorni è combattere usando le parole come armi, preparandosi a prenderle di santa ragione, oppure chiamarsi fuori dalla pugna e scrivere versi adatti ad quel passato remoto che risale ad appena venti anni fa, ma senza la pretesa di dare qualcosa di utile ai suoi simili.


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