sabato 7 dicembre 2019
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La Cena in Dialetto alla Trattoria dell’Angelo

Io Arbiter del dialetto Piacentino, giudice supplente

La Cena in Dialetto alla Trattoria dell’Angelo

Stefano Torre, suo malgrado, è stato cooptato dalla Paola Foppiani, artista scultrice senza fantasia perché, in arte, si fa chiamare Paola Foppiani, che è il suo nome, per fare il giudice supplente ad una cena in dialetto.

Che poi, io dico, almeno fatti chiamare Paoletta, facci un po’ dentro su! Invece no, giù piatta, a sbandierare in faccia alla gente il suo vero nome verò, è roba retrò, d’altri tempi, oggi bisogna avere un pseudonimo, un nome d’arte, scelto bene per fare marketing, sennò non si combina un Tubo. Prendete me, per esempio, io in realtà mi chiamo Ismaele Doria.

Stefano Torre è il mio nome d’arte!

Cena in dialetto significava l’obbligo per i partecipanti di parlare tra loro esclusivamente in dialetto piacentino. I trasgressori, quelli che parlavano in italiano o che facevano strafalcioni troppo gravi, sono stati puniti con una ammenda di 50 cent ad ogni errore.

Siccome l’obiettivo era di far su 170 euri per pagare un paio di bollette della luce di una famiglia povera, i giudici erano inflessibili, grintosi e cattivi.

Siccome poi i giudici dovevano essere riconoscibili, la Foppiani mi ha costretto a riesumare le tube della campagna elettorale.

Ospite d’onore la signora Maria Pia Chiusa, ottantaduenne che, stanca di trovare preservativi usati sul marciapiede, tira le biglie ai viados e alle puttane che battono sotto casa sua. (roba che la ha intervistata anche Cruciani, che la cena non me la ha ancora pagata)

Gli altri giudici, oltre al Torre (che poi sarei io) erano Giorgio Lambri, il noto giornalista capo di Libertà, e Pedar Rebecchi, che ha un nome in dialetto perché il dialetto lo conosce veramente e lo pratica anche da commediografo e attore di teatro.

In somma uno su tre era un giudice serio, un cultore del vernacolo che ha intrattenuto i commensali con storielle e barzellette, ovviamente, in dialetto.

Ma, indipendentemente dalla mia scarsa confidenza con il dialetto, di multe ne ho date tante, perché ero il giudice con la tuba, e dovevo pagare la bolletta della luce a quelli là, mentre intanto, il Rebecchi mi faceva vedere i suoi due nuovi tatuaggi, uno con lo stemma e l’anno della fondazione, il 218 avanti cristo, l’altro con gli stemmi del Piacenza Calcio, quello nuovo fatto da un designer fiorentino, e quello vecchio col fascino della roba fatta in casa.

Viva Piaseisa


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